Professionisti, “mind the gap” non è solo un invito!

Onestamente. Di case history significative (magari anche vincenti) ce ne sono ancora poche. Il mondo della comunicazione dei professionisti è un terreno per certi versi inesplorato, soprattutto in Italia. Sconosciuto anche agli stessi professionisti. Peraltro il contesto socio-economico e il contesto digitale, entrambi in continuo movimento, non aiutano. Nè chi sta indietro, nè chi si è fermato. Ma neanche chi prova a stare al passo.

Come fare a definire punti di forza e criticità della comunicazione dei professionisti?
Bonus e malus della comunicazione di quelle figure troppo spesso allineate alla propria specificità. Del resto, la natura “ordinistica” di molti di loro li pone già nel quadro del sapere più degli altri. Per fortuna.

Know how dicono: certo ha accezioni positive (e anche negative), ma di sicuro pone i professionisti nella condizione di chi deve aiutare gli altri per lavoro, di chi deve spiegare (e possibilmente far capire) qualcosa agli altri per professione, di chi (però) deve anche cercare di coinvolgere gli altri per mercato. Insomma, di chi è altro dal proprio cliente.

Il vero punto di forza è una buona presenza

Oggi più che su punti di forza e criticità, la comunicazione dei professionisti (o degli studi professionali, si intenda uguale) si divide tra presenza e non presenza. Bisogna iniziare ad esserci. Seriamente e anche bene. Concetto valido questo non solo in ambito di comunicazione, ma anche sul piano della formazione. La ricordate la storia della rana?

Non si riduca certo alla presenza online. Necessario, ora più che mai, immaginare la propria comunicazione (e strutturarla) a 360°. Portiamo, però, degli esempi. Mettiamo a caso una panoramica spicciola su web e social: LinkedIn è sicuramente la piattaforma meglio utilizzata da tutti, in genere. Ma lì i clienti vanno conquistati con azioni attente e mirate. Facebook è troppo sbilanciato: a metà tra i mancati “aggiornamenti” e l’uso improprio di strumenti di impatto e condivisione quali video, dirette, gruppi, ecc.. Per quanto riguarda Google, invece, è difficile fare anche soltanto un’analisi per la pochezza dei dati statistici.

Mind the gap non è solo un invito

Premessa complessa? Problematiche vere e reali? Chissà. Tra l’esserci o il non esserci, tra il far bene o il far male, tra il comunicare con un obiettivo e il comunicare senza meta, tra il “formarsi” o il decidere di “fermarsi”, emerge però chiaramente la discreta discrepanza tra il tono di voce (il modo in cui comunichiamo), i contenuti (cosa comunichiamo) e il modo di essere posizionati dei professionisti in relazione ai potenziali clienti. Troppo lontani. Troppo diversi.

Per natura, come abbiamo già chiarito. Ma anche per scelta, perchè si è voluto puntare eccessivamente sullo stile. Per canale, perchè si è scelto di essere troppo specifici. Per competenza, perchè alla fine ognuno deve fare il proprio mestiere. E, in fondo, guai non fosse così (anche per gli stessi professionisti). Insomma nel mondo della comunicazione dei professionisti l’evidenza è tutta puntata e centrata sul gap tra chi comunica e chi dovrebbe ricevere.

Professionisti: siate umani, giocate digitali

La buona notizia è che tra i cambiamenti (lenti) di questo settore c’è la volontà dei professionisti di utilizzare le piattaforme digitali, conoscere gli strumenti, connettersi con sempre maggiore efficacia con il proprio pubblico. Sono in via di ridefinizione i modi in cui il professionista lavora, si relaziona con i propri collaboratori, si muove nel proprio ecosistema, imposta il rapporto con gli utenti attraverso conversazioni di qualità.

La buona notizia, insomma, è che i professionisti stanno lentamente abbandonando l’idea di promuoversi attraverso la definizione di strutture complesse spesso incoerenti rispetto alla realtà (dal vivo poco più del 20% dei professionisti ha più di un dipendente in studio in realtà, ma online l’80% dei professionisti sembra avere uno stuolo infinito di collaboratori senior e junior), stanno lentamente abbandonando la specificità di trattati universitari postati sui social (spesso copiati-incollati), stanno virando verso la genuinità. Il “chi siamo” diventa “chi sono”, la mission e la vision diventano “come posso aiutarti”.

Giusto così. Siate umani. Il cliente, quello che può bussarvi alla porta, prima o poi entrerà in studio. E scoprirà con i propri occhi. E se lo fa è bene che trovi quello che avete raccontato.
Siate digitali. E siccome siete spesso soli, andate a caccia di soluzioni intelligenti, strumenti che vi possano aiutare a lavorare bene e a comunicarvi meglio li trovate qui.

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